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Per i vacanzieri di Lampedusa è stata una estate memorabile : caldo sole, mare pulito, spiagge accoglienti. I turisti che hanno scelto questo piccolo fazzoletto di terra – estremo lembo d’Europa nel cuore del Mediterraneo, a soli 167 chilometri dalle coste africane – quasi non si sono resi conto delle migliaia di migranti che da mesi sbarcano fortunosamente sull’isola.
- « Non se ne vedono in giro. Sembra tutto normalissimo. Sembra un problema non evidente ai turisti che vengono qua », spiega un bancario di Milano.
- « Quando sono arrivata qui mi aspettavo di vedere dei clandestini, mi aspettavo di vedere dei centri d’accoglienza dove alloggiavano… invece non c’è nulla », aggiunge una ragazza. Che conclude: « Si, si, i centri d’accoglienza sono bene organizzati ».

Ed eccolo il centro d’accoglienza di Lampedusa. Da qui chi tenta la fuga viene ripreso. Attorno a un edificio senza insegne, con solo due bandiere al vento, c’é filo spinato e sorveglianza armata. Per la legge italiana i centri di permanenza temporanea – che una parte dell’opposizione vorrebbe chiudere – non sono tecnicamente delle prigioni, ma è come se lo fossero.

A Lampedusa le telecamere sono riuscite ad avvicinarsi solo grazie a una visita di due parlamentari e di un avvocato, esponente di una associazione umanitaria. Una visita a sorpresa, da cui emerge uno stato catastrofico, come spiega la senatrice italiana Tana De Zulueta.
« La situazione è abbastanza tesa. Ci sono più di 500 uomini in un posto per 180. Questo campo è sempre in emergenza durante l’estate, ma non è stato ampliato nelle infrastrutture. Sono 10 gabinetti, l’acqua è insufficiente, ci sono persone lì da 48 ore che non si sono ancora lavate, non è adeguato. Uno mi ha chiesto : ma davvero è questa l’Europa ? »

Il campo, gestito dall’associazione « la Misericordia », si riempie e poi si svuota. Una settimana fa c’erano 700 persone, trattenute in un recinto a cielo aperto, accanto alla pista dell’aeroporto. All’interno una gran confusione : minori in mezzo agli adulti, testimoni di giustizia assieme agli scafisti, e le donne ammassate nell’infermeria. Un litro e mezzo d’acqua al giorno a persona e nel week end 40 charter turistici sopra le loro teste.
Al disagio materiale si somma l’incertezza sul proprio destino, sottolinea l’avvocato Alessadra Ballerini.
« Stanno male, stanno umanamente malissimo perché le condizioni sono quelle che intuite già da queste sbarre : sotto il sole cocente, con poca acqua, con poche schede telefoniche per telefonare a casa, ma soprattutto perché non sanno perché stanno qua. E non sanno ancora cosa li aspetterà dopo, se la Libia o chissà cos’altro ».

Secondo il ministero dell’Interno italiano, tra il 2004 e il 2005 più di 1600 migranti sono stati riportati da Lampedusa in Libia. Nonostante le critiche di Amnesty International e dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, i rimpatri continuano, attraverso triangolazioni con altri aeroporti. Abbiamo cercato il Prefetto di Agrigento, per saperne di più, ma il rappresentante del governo era in ferie, e il suo sostituto ha detto di non poterci aiutare. Così attorno a Lampedusa continua a gravare l’incertezza. Giusto Catania, europarlamentare della Sinistra Unitaria Europea :
« C’é una risoluzione dell’aprile scorso con cui il parlamento europeo condanna l’Italia per la modalità di gestione di questo centro, per le espulsioni di massa senza identificazioni – meglio, con una identificazione sommaria – e per i voli verso la Libia. Per tutto questo l’Italia è stata condannata. Nessuno sa dove vanno questi immigrati, nessuno ti dice dove verranno trasferiti, nessuno ti dice quanto tempo rimarranno qui, nessuno ti dice come saranno le procedura ».

Chi parte da Lampedusa, quando non viene trasferito in altri centri in Italia, finisce per essere condotto in Libia. Col governo di Tripoli l’Italia ha sottoscritto degli accordi : in cambio di aiuti economici, la Libia accetta di accogliere le persone respinte, che spesso vengono rinchiuse in altri centri in mezzo al deserto. Del loro destino reale tuttavia nessuno si interessa : restano solo le promesse dei libici di rispettare i diritti umani.

E’ proprio dalla Libia, tuttavia, che parte la maggioranza delle navi dei migranti. Nei primi otto mesi dell’anno ne sono sbarcati più di 5.000, tra di loro marocchini, tunisini, sudanesi, pachistani. A bordo di una minuscola barca da pesca il passaggio costa più di 1000 euro. Una flotta della disperazione, che le pattuglie della Guardia Costiera possono solo limitarsi a soccorrere. Il comandante Michele Niosi, responsabile della Settima squadriglia di Lampedusa.
« Se ci trovassimo davanti a una nave avremmo gli strumenti per salvaguardare la vita umana e per cercare di impedire l’ingresso nelle acque nazionali. Ma nelle condizioni più felici ci troviamo davanti a barconi che non hanno nemmeno la parvenza di barconi : zattere di salvataggio di pessima fattura, c redo che ci troviamo di fronte a una operazione di soccorso. Davanti alla salvezza della vita umana non credo ci sia molto da interpretare ».

Delle « carrette del mare » giunte a Lampedusa questa, con 192 persone, è solo l’ultima in ordine di tempo. Avrà, come le altre, la stessa sorte : il sequestro giudiziario e la distruzione, per evitare che venga di nuovo usata. Al centro dell’isola, in contrada Imbriacola, ruspe e macchine idrauliche riducono gli scafi in framenti di legno.

Ma non si sa quante siano le vittime delle traversate clandestine. Tutti lo sospettano, ma pochi ne parlano : a Lampedusa può capitare che nelle reti da pesca rimangano impigliati dei cadaveri. Qualche anno fa è accaduto a Salvatore Prestipino.
« Eravamo in cala, abbiamo salpato la rete e abbiamo trovato tutti questi cadaveri, dentro la rete. Li abbiamo portati a terra e ora sono sepolti nel cimitero di Lampedusa ».
Dei morti tra i boat people del Mediterraneo non se ne sa di più. Solo alcuni sono stati seppelliti in un angolo del cimitero, sotto una croce, con un numero al posto del nome.

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